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giovedì 26 marzo 2015

When in Rome - valigia per un week end


I punti della Freccia Rossa generosamente offertici da The Talking Mule ci hanno regalato due viaggi gratis per una destinazione a scelta, così è stato deciso che Torino Style andrà in trasferta a Roma questo fine settimana! Trattenendoci poco e non avendo previsto vita mondana ridurremo il bagaglio al minimo perchè a noi piace viaggiare leggere: quasi tutto il bagaglio basic lo avremo addosso così dovremo trascinarci dietro solo una borsettina con il cambio di biancheria, scarpe, un paio di jeans extra just in case e qualche chiletto di cavi e attrezzatura tecnologica...


Rome

addosso alla partenza:
un paio di jeans,  sneakers molto molto comode, t-shirt, maglione, una borsa capiente, un paio di occhiali da sole e, sperando nella clemenza del tempo, la giacca di pelle con il gilet di pelliccia.

suitcase


in valigia:
qualche maglietta, un cambio completo (ma sempre comodissimo), un po' di make up, il costume da bagno per un po' di relax a fine giornata nella spa dell'hotel e tutti i devices tecnologici indispensabili per due blogger in trasferta!


E voi che cosa portate per un paio di giorni fuori casa? Una borsetta light come la nostra o bauli degni del treno per il Darjeeling?

sabato 5 aprile 2014

Yves Saint Laurent - la recensione

a cura di The talking mule


Come a suo tempo annunciato, è uscito pochi giorni fa sugli schermi italiani Yves Saint Laurent del regista ed attore francese Jalil Lespert. Il film si basa sul libro Lettres a Yves scritto da Laurence Benaïm, basandosi su materiale di Pierre Bergé, compagno e socio d'affari di Saint Laurent per tutta una vita.


Il giovane Yves Saint Laurent, rampollo di famiglia dell'alta borghesia di Orano (ai tempi l'Algeria era territorio francese a tutti gli effetti), a soli 17 anni inizia a lavorare per Christian Dior ed alla morte di questi, solo due anni dopo, subentra nella direzione artistica della maison. A soli ventisei anni abbandona Dior per dare vita ad un suo atelier, nel frattempo conosce e si innamora di quello che egli stesso definirà "l'uomo della sua vita", Pierre Bergè, che resterà a l suo fianco per cinquant'anni, fino alla scomparsa dello stilista affrontando insieme la malattia e la dipendenza da alcol e droghe, ma anche dando vita ad una vera e propria azienda ce ha saputo coniugare al meglio trasgressione e passione sartoriale, imprenditorialità e purissimo talento.


E' impressionante la somiglianza fisica del giovane Pierre Niney (Emotivi anonimi, 20 anni di meno) con Saint Laurent, a parte questo però l'interpretazione è estremamente efficace. Il meno giovane Guillaume Gallienne è un onnipresente e efficientissimo contraltare per YSL, assai più che una spalla. Le muse di YSL sono Charlotte Le Bon (no, non è parente) che spicca nel ruolo della prima musa di Saint Laurent, la modella Victoire Doutreleau; più penalizzate - anche nel metraggio - Laura Smet  (figlia di Johnny Halliday) nella parte di Loulou de la Falaise e Marie de Villepin (figlia del Dominique de Villepin ex premier di Francia) in quella dell'androgina  Betty Catroux. Il giovane Karl Lagerfeld (filologicamente non ancora magrissimo) che compare nella pellicola è interpretato da Nikolai Kinski, figlio di Klaus (aridaje!) e fratellastro di Nastassja.
I costumi, come ovvio, assumono grande importanza da un lato per la ricerca degli abiti indossati dai personaggi, dall'altro perchè la fondazione Saint Laurent - Bergé ha concesso al regista di utilizzare i modelli originali delle collezioni mostrate nel film.
Molto interessante anche la selezione della colonna sonora, la scelta di usare l'aria Ebben? Ne andrò lontana da La Wally di Catalani nel finale è semplicemente perfetta.


Sceneggiatura e regia non lasciano il segno: se per la prima adattare un'opera epistolare può indurre a umana comprensione, per la seconda sono assai meno incline alla indulgenza. L'Yves Saint Laurent che ne esce è quello "visto da Pierre Bergé"; non che non si tratti di un punto di vista privilegiato, ma non è detto che sia anche il più interessante. Possiamo quindi apprezzare l'amore, la pazienza, la costanza dimostrati da Bergè nel corso dei decenni passati al fianco dell'artista. Il peccato grave del film è però di non saper comunicare la straordinarietà della caratura d'artista di YSL. Non può essere sufficiente esibire i modelli originali a farci capire il genio e la capacità tecnica fuori dal comune che ne hanno permesso la creazione, nè ci viene spiegato nulla dell'ambiente dell'alta moda del tempo, il che difficilmente ci farà comprendere perchè YSL è stato un innovatore radicale pur sapendo rimanere al passo dei suoi tempi.


Un'agiografia più di Bergé che di Saint Laurent, che ci racconta molto dell'uomo e ben poco dell'artista. Una confezione che punta tutto sui vestiti, però ce li mostra ben poco. Un regista che eccede solo nel dare per scontato che lo spettatore sappia già quasi tutto. Dopo L'Amour Fou del 2010 e questo Yves Saint Laurent, uscirà in autunno una versione "non autorizzata" Saint Laurent con Gaspard Ulliel, Léa Seydoux e Olga Kurylenko; ammesso che arrivati al terzo film  l'argomento non abbia già stufato, abbiamo ancora una chance: speriamo non vada sprecata anche questa, la statura d'artista di Saint Laurent non lo merita di certo!

2014 - Yves Saint Laurent
Regia: Jalil Lespert
Sceneggiatura: Marie-Pierre Huster, Jalil Lespert, Jacques Fieschi
Costumi: Myriam Laraki

mercoledì 19 marzo 2014

E fu sera e fu mattina - la recensione

A cura di The talking Mule 

Que el fin del mundo te pille bailando, 
que el escenario me tiña las canas, 
que nunca sepas ni cómo, ni cuándo, 
ni ciento volando, ni ayer ni mañana


Ci sono registi a cui non bisognerebbe assegnare un budget, perchè poi lo spendono in effetti speciali ridondanti e non funzionali alla storia oppure nel compenso di una star di livello internazionale che finirà per oscurare inevitabilmente ogni altro aspetto del film, e poi ci sono registi a cui si dovrebbero dare soldi a volontà, perchè ne conoscono il valore e se ne servono per rendere l'opera migliore. Normalmente i primi sono coperti di milioni dagli studios e i secondi passano più tempo a cercare di finanziarsi che a girare film. Emanuele Caruso, regista di E fu sera e fu mattina, di certo  appartiene alla seconda categoria: al suo primo lungometraggio, si è finanziato attraverso la piattaforma di crowdfunding Produzioni dal basso, grazie alla quale ha raccolto circa 40.000€, qualche contributo è arrivato dalla Film Commission piemontese, da una banca cuneese e da alcuni enti locali. Alla fine il film, due ore piene, è stato realizzato con circa 70.000€, come dire il costo di un paio di berline di media dimensione. La distribuzione viene fatta "a piedi", girando per le sale chiedendo di proiettare il film. Insomma, E fu sera e fu mattina è un film realizzato grazie a passione genuina, quella che ti fa rinunciare alle ferie per andare a girare, che ti fa passare i weekend a girare per le sale di mezzo nord Italia a fare promozione. Ed è una storia di oggi, non degli anni 50. Ci sono ancora cose che i soldi non possono comprare, costruire il proprio sogno è una di quelle.


La storia di E fu sera e fu mattina si basa su un quesito molto potente: cosa faremmo se sapessimo che il mondo finisce tra un paio di mesi? Cosa cambierebbe nella nostra vita? Davvero impareremmo a gustarci la vita fino in fondo o le nostre imperfezioni, le invidie, le gelosie che ci portiamo dietro avrebbero comunque il sopravvento? Nell'immaginario paesino di Avila (in realtà La Morra, in provincia di Cuneo) gli abitanti dopo aver ricevuto la notizia che il sole si sta per spegnere proseguono il tran tran quotidiano più o meno come sempre, fra i soliti pettegolezzi e pregiudizi, alcuni senza nemmeno credere ad una notizia così destabilizzante. Fra tutti la cinepresa si concentra sul parroco Francesco, su un ragazzo dal passato lacerante, il caustico Gianni, una coppia alle prese con le chiacchiere di paese, Marse e Anna, e una barista che nasconde un tragico segreto, Luisa. Fra il tentativo di chiudere le questioni irrisolte e l'amarezza per un futuro insieme che svanisce, i cinque arrivano uniti alla fine del mondo, e chissà se davvero quando sei insieme a coloro a cui vuoi bene il mondo può finire, o anche di fronte all'ineluttabile c'è sempre una alternativa?


Fra gli interpreti spiccano Albino Marino nel ruolo di Don Francesco e Lorenzo Pedrotti in quello di Gianni. Le comparse "locali" che danno vita ai vari personaggi di paese sono convincenti, anche la recitazione un po' caricata, quasi teatrale, li rende più vicini al personaggio di paese, in fondo tutti noi recitiamo una parte di fronte al nostro prossimo...
Il comparto tecnico merita particolare attenzione, viste le vicissitudini produttive della pellicola. La fotografia, a luce (quasi) naturale è di Cristian De Giglio, anche lui al primo lungometraggio, le musiche  di Remo Baldi sono molto azzeccate nelle atmosfere e ben armonizzate con le immagini.
I paesaggi langaroli sono semplicemente spettacolari, mentre le riprese all'interno dei paesi scelgono di mostrare la normalità dei luoghi più che la bellezza di piazze, chiese e palazzi.


E fu sera e fu mattina è un'opera non priva di difetti, specialmente nella sceneggiatura: rispetto alla lunghezza ragguardevole alcune situazioni vengono trascinate troppo a lungo, alcuni concetti ripetuti più volte, si insiste troppo su alcuni personaggi e troppo poco su altri. Eppure anche senza enfatizzare la tragedia incombente arriva al cuore come raramente ci è successo di vedere in un film italiano. Finalmente un film drammatico che non scade nella facile critica politica, nè nel moralismo, ma ci mostra per come siamo: pieni di ferite e di difetti ma anche di amore oltre ogni logica. 
Tutto il film dai problemi di finanziamento, alla realizzazione, la distribuzione e - a ben vedere - anche nelle vicende che accadono ai personaggi è una testimonianza che nulla nel futuro è già scritto: contro ogni probabilità si può fare un film in una nazione che non crede di poter fare altro che commedie, si può mettere insieme una crew che lavora a un'opera perchè ci crede, si possono trovare dei gestori di cinema che ti danno una possibilità. E funziona davvero: in una serata settimanale il cinema Reposi di Torino era gremito, e anche se all'uscita ho sentito qualche spettatore brontolare, ne ho visti molti avviarsi verso l'uscita con gli occhi lucidi e lo stesso mio groppo alla gola. Dove non arrivi coi soldi puoi farcela con la passione, l'impegno, l'emozione. Un'altra via è sempre possibile. 

Però adesso che Caruso ce l'ha dimostrato, possiamo solo sperare che qualche casa produttrice si ricreda e gli dia un budget serio per fare un'altro film. Seriamente.  


2014 - E fu sera e fu mattina
Regia: Emanuele Caruso
Fotografia: Cristian De Giglio
Musiche: Remo Baldi 

Per sapere quando E fu sera e fu mattina sarà in programmazione nella tua città clicca QUI o segui la pagina Facebook QUI.

lunedì 10 marzo 2014

Talenti emergenti - E fu sera e fu mattina

a cura di The talking mule


Se improvvisamente scoprissimo che la fine del mondo arriverà entro pochi giorni, come cambieremmo la nostra vita? E' il quesito a cui prova a dare risposta Emanuele Caruso, giovane regista cresciuto nelle Langhe, che ha scelto di ambientare proprio in quei luoghi il suo primo lungometraggio cinematografico.
Emanuele ha girato per ben nove settimane in alcune location fra Langhe e Roero, che assicurano al film spettacolari panorami naturali.

Incuriositi dal progetto, abbiamo raggiunto Caruso telefonicamente per farci raccontare qualcosa di più; abbiamo scoperto non solo un artista dal trascinante entusiasmo, ma anche un professionista infaticabile.
IL progetto è stato finanziato attraverso una intelligente operazione di crowdfunding che assicura ai sottoscrittori una percentuale sugli incassi. Una volta realizzato il film, in mancanza di un contratto con un distributore, Caruso non si è perso d'animo e insieme ad alcuni amici ha iniziato a girare tutte le sale cinematografiche della regione (e anche oltre) chiedendo di proiettare il suo film.
I risultati gli stanno dando ragione oltre ogni aspettativa, e presto la pellicola verrà proiettata anche a Torino (oltre che Milano e Roma).

Il film non l'abbiamo ancora visto, ma dopo aver visto il trailer che vi proponiamo qui sotto siamo sicuri che anche a voi verrà la stessa curiosità che ha suscitato in noi.

Sostenete insieme a noi il cinema fatto con passione, vi aspettiamo da giovedì prossimo fino al mercoledì successivo al cinema Reposi di Torino. Sotto al trailer trovate le date di tutte le proiezioni già in programma in Piemonte e Lombardia.



- PIEMONTE - 

MULTISALA REPOSI di Torino - www.multisalareposi.it
Giovedì 13 Marzo – ore 15:30 – 17:50 – 20:10 – 22:30
Venerdì 14 Marzo – ore 15:30 – 17:50 – 20:10 – 22:30
Sabato 15 Marzo – ore 15:30 – 17:50 – 20:10 – 22:30
saranno presenti il regista Emanuele Caruso e il cast del film
Domenica 16 Marzo – ore 15:30 – 17:50 – 20:10 – 22:30
saranno presenti il regista Emanuele Caruso e l’attore protagonista Albino Marino
Lunedì 17 Marzo – ore 15:30 – 17:50 – 20:10 – 22:30
Martedì 18 Marzo - ore 15:30 – 17:50 – 20:10 – 22:30
Mercoledì 19 Marzo – ore 15:30 – 17:50 – 20:10 – 22:30
(PROROGATO FINO AL 26 MARZO!)

CINEMA LUMIERE di Asti
Mercoledì 12 Marzo – ore 21:15
Giovedì 13 Marzo – ore 21:15
Venerdì 14 Marzo – ore 21:00
sarà presente il regista Emanuele Caruso
Sabato 15 Marzo – ore 19:00 – 21:30
Domenica 16 Marzo – ore 19:00 – 21:30
Lunedì 17 Marzo – ore 21:15
Martedì 18 Marzo - ore 21:15

CINEMA TEATRO MACCALLE’ di Castelceriolo (AL)
http://digilander.iol.it/teatromacalle/home.html
Venerdì 28 MARZO – ore 21:30
Domenica 30 MARZO – ore 17:00 – 21:30
sarà presente il regista Emanuele Caruso
Lunedì 31 MARZO – ore 21:30

CINEMA LUX di San Damiano D’Asti
Venerdì 21 MARZO 2014 ore 21:00
sarà presente il regista Emanuele Caruso
Sabato 22 MARZO 2014 ore 20:30 – 22:30
Domenica 23 MARZO 2014 ore 16:30 – 21:00

CINEMA TETRO BARETTI di Mondovì
APRILE 2014 (date e orari da definire)

CINEMA TETRO ALLA CONFRATERNITA di Limone
Dal 19 al 26 APRILE (date e orari da confermare)


- LOMBARDIA -

CINEMA CHAPLIN di Cremona
saranno presenti il regista Emanuele Caruso e l’attrice Sara Francesca Spelta

CINEMA MIGNON D’ESSAI di Mantova - www.cinemamignon.com
APRILE 2014 (date e orari da definire)

CINEMA TEATRO ODEON di Vigevano – www.labarriera.it/c/cinema-odeon/
2-3-4-5 MAGGIO 2014
sabato 3 Maggio sarà presente il regista Emanuele Caruso.

venerdì 17 gennaio 2014

American Hustle - la recensione

a cura di The talking mule


David O. Russell sarà anche noto per le proprie intemperanza sul set (che lo hanno spesso portato a  furiose liti con importanti nomi dello star system), ma se il risultato continua a mantenersi sui livelli che ha raggiunto ultimamente, possiamo anche dire: ecchissenefrega!


Il regista più in voga del momento ha raccolto intorno a sè una collaudata squadra di interpreti: da The Fighter sceglie Christian Bale (là ridotto ai minimi termini, qui invece ingrassatissimo) e una sempre grande Amy Adams; da Il lato positivo si porta dietro Bradley Cooper, la donna dell'anno Jennifer Lawrence e il lusso di una comparsata di Robert De Niro.
La storia è ambientata - con costumi e scenografie molto convincenti - nei tardi anni 70, si racconta di Irving e Sidney (Bale e Adams), una coppia di truffatori di piccolo cabotaggio incastrati dall'agente dell'FBI Richie DiMaso (Cooper) al fine di farsi aiutare nella cattura di alcuni politici corrotti, primo fra tutti il sindaco di una depressa cittadina del New Jersey, Carmine Polito (Jeremy Renner) che vorrebbe far rinascere i fasti della città di Atlantic City (storicamente una mecca per giocatori, mafiosi e contrabbandieri grazie ai suoi casinò e alle bische più o meno clandestine) per creare nuovi posti di lavoro.
Per attrarre il politico, l'FBI si inventa un fantomatico sceicco interessato a finanziare l'operazione. Quando la mafia viene (inevitabilmente) coinvolta nella truffa, Irving si sente ormai perso. Ma in un mondo dove l'apparenza inganna (come recita il controtitolo italiano) chi è truffato e chi è truffatore si capirà solo alla fine.


Fantastiche le scenografie di Judy Becker, collaboratrice abituale di Russell ma autrice anche di quelle - superlative - di Hitchcock; spettacolari i costumi di Michael Wilkinson (300, Watchmen, Tron Legacy, L'uomo d'acciaio, i due Breaking Dawn). Amy Adams dopo diversi ruoli da brava ragazza può finalmente far uscire un lato sexy (che scollature!) sopito quanto efficace, Christian Bale con ventrazza e riporto è semplicemente impressionante; Jennifer Lawrence a ventitre anni dimostra una maturità artistica ormai compiuta.
Alcune scene davvero geniali, fra tutte scelgo quella dove Carmine e Irving al ristorante cantano Delilah con trasporto molto popolare.


L'ottima sceneggiatura è scritta originariamente da Eric Warren Singer con il titolo di American Bullshit e successivamente riveduta insieme al regista. Se gli aspetti estetici legati al periodo di ambientazione e alle trasformazioni fisiche degli attori colpiscono immediatamente l'immaginario dello spettatore, man mano che la trama si dipana fra colpi di scena e sorprese continue, quello che emerge è l'aspetto culturale: i personaggi di American Hustle ingannano e truffano perchè non si aspettano più nulla dal prossimo: nè dallo Stato, nè dai politici, nè dai propri amici. I federali e i magistrati non ricercano la giustizia, ma un posto in prima pagina che li aiuti a far carriera, arrestando politici affaristi che fanno più o meno la stessa cosa. Ognuno pensa solo per sè cercando di emergere come può: un sottobosco culturale dal quale è facile immaginare di vedere spuntare un modello culturale alla Gordon Gekko, avido ed amorale ma a suo modo sincero. Ne riparleremo forse quando uscirà il prossimo The wolf of Wall Street.
Altamente consigliato, due ore e un quarto che riconciliano con il grande schermo. Fortunatamente in periodo vacanziero trovare il tempo non vi sarà difficile.


2013 - American Hustle L'apparenza inganna (American Hustle)
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura: Eric Warren Singer, David O. Russell
Musica: Danny Elfman
Costumi: Michael Wilkinson
Scenografia: Judy Becker

venerdì 10 gennaio 2014

Blue Jasmine - la recensione

a cura di The talking mule



A 78 anni suonati, Woody Allen non ha alcuna intenzione di fermarsi, anzi rilancia con un film crudo e intenso, molto poco alleniano, grazie la quale dimostra di avere ancora una verve creativa ed una lucidità di sguardo che pochi possono vantare.
Blue Jasmine non solo non è una commedia, ma è quasi totalmente privo dell'ironia che da sempre caratterizza l'autore; in compenso il film, triste e spietato com'è, rimane in testa a lungo, più a lungo di qualsiasi altro titolo di Allen.


Jasmine altro non è che il nome con il quale si ribattezza Jeanette, donna di umili origini che trova, grazie al marito finanziere newyorchese, il proprio posto nell'opulenta alta società a stelle e strisce. Quando il matrimonio va a rotoli ed il marito finisce incarcerato, Jasmine perde di colpo ogni collegamento col mondo reale. In preda alle crisi di nervi, si trasferisce A San Francisco dalla pseudo-sorella (le due sono state adottate dalla stessa famiglia, ma non condividono alcune legame di sangue) Ginger, una modesta cassiera di supermercato. Fra puerili tentativi di ricostruirsi una vita e battibecchi con la sorella a proposito del suo gusto per gli uomini, Jasmine conoscerà il ricco e gentile Dwight, mentre Ginger sarà sedotta dal vulcanico Alan.
Per le due sorelle verrà presto il momento di giocarsi tutte le carte a disposizione per "svoltare", finalmente in una partita in cui è in gioco l'opportunità di vivere la vita che entrambe sognano.


Cate Blanchett prenota un Oscar per l'interpretazione della psicolabile Jasmine in una parte in cui è fortissimo il rischio di scadere nella macchietta o nel grottesco. La Blanchett si mantiene su un registro tragico ma sempre realistico con grande maestria. L'Oscar sarebbe meritato. Alec Baldwin ritorna a recitare con Allen dopo To Rome with love, qui interpreta con naturalezza il marito di Jasmine, un vero squalo della finanza, descritto esplicitamente come un truffatore, in realtà perfetto stereotipo del self made man senza scrupoli che solo per caso finisce nelle maglie della giustizia piuttosto che sulla copertina di Fortune.
Sally Hawkins nel ruolo di Ginger è - come sempre - bravissima, nella parte di una donna modesta ma pragmatica.
Nel cast tecnico è un piacere salutare il ritorno in un film di Allen di Santo Loquasto, la fotografia è uno dei punti forti del film ed è firmata dal maestro spagnolo Javier Aguirresarobe, con cui Allen aveva già collaborato per Vicky Christina Barcelona.


Non c'è ottimismo, non c'è pietà, non c'è speranza in questo Blue Jasmine, c'è invece una fortissima critica alla degenerazione del sogno americano ed alla mancanza di cultura: a causa della propria mancanza di risorse le due protagoniste Jasmine e Ginger non sono nulla senza un uomo al proprio fianco, sia pure nella differenza dei sogni  che nutrono. La differenza è che Jasmine di fronte a qualsiasi verità sgradevole si forza a non vedere, mentre Ginger è in grado di accettare la propria condizione. E' un mondo senza amore, quello dipinto da Allen, un mondo dove tutto è menzogna, al punto che Jasmine resterà prigioniera della propria coazione a dipingersi la realtà come lei la vorrebbe invece di affrontarla per come è. Un film che da un 78enne famoso per il pungente sense of humour proprio non ci aspetteremmo, anche se la qualità della pellicola in ogni suo comparto e la dimostrazione di vitalità dell'artista sono più che soddisfacenti.
Da non vedere se siete in cerca di "un film di Woody Allen" o di un rilassante svago natalizio, se invece non avete mai potuto sopportare il regista di Manhattan forse questo film vi farà ricredere. In ogni caso un film di cui on ne peut pas s‘en passer.


2013 - Blue Jasmine
Regia: Woody Allen
Fotografia: Javier Aguirresarobe
Scenografia: Santo Loquasto
Costumi: Suzy Benzinger

venerdì 20 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate - la recensione

a cura di The talking mule


Dopo lunga gestazione ha fatto il suo debutto all'appena concluso Torino Film Festival La mafia uccide solo d'estate di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. Un capolavoro di equilibrio, sospeso com'è fra la leggerezza di sguardo del personaggio principale, il grottesco dei boss mafiosi e la tragicità del coraggio degli eroi civili palermitani (nativi o acquisiti poco importa), i veri protagonisti della pellicola. Nel primo week end di programmazione il film si è guadagnato il quinto posto per incassi, combattendo contro colossi come La ragazza di fuoco, Thor 2 e Sole a catinelle il che oltre ad essere un piccolo miracolo, la dice lunga sulla qualità del prodotto.


Il film, non autobiografico, racconta la vita del piccolo Arturo a partire dagli anni 80 fino - suppergiù - ai giorni nostri. Il piccolo Arturo cresce ossessionato dalla presenza mafiosa e dalla figura di Giulio Andreotti, che assume per il protagonista quasi il ruolo di nume tutelare. Crescendo la vita "normale" di Arturo si intreccia con quella dei protagonisti della storia della città, a volte coraggiosi poliziotti o integerrimi magistrati, altre spietati boss mafiosi che passano dal ruolo di carnefici a quello di vittime della stessa violenza di cui si nutrono, per terminare - finalmente - là dove si meritano: in galera.
La vicenda storica si intreccia con la vita privata di Arturo, perennemente innamorato di Flora, la bambina più carina della classe, prima perduta e poi inaspettatamente ritrovata, con tutte le delusioni del caso. 


 Il personaggio del protagonista è interpretato dallo stesso Pif nella sua versione "adulta", e dal bravissimo Alex Bisconti da bambino, nel ruolo di Flora troviamo Cristiana Capotondi e la piccola Ginevra Antona. Claudio Gioè è il giornalista che "insegna il mestiere" ad Arturo, Rosario Lisma - infine - interpreta il padre del protagonista.
Ottimo il lavoro svolto sulla sceneggiatura dallo stesso Pif, ma imprtanti anche i nomi della crew tecnica: molto ispirate le musiche di Santi Pulvirenti (ottimo chitarrista collaboratore fisso di Carmen Consoli), i costumi di Cristiana Riccieri e le scenografie di Marcello di Carlo mi hanno riportato indietro a un tempo che sia nell'estetica che nell'atmosfera politica è ancora ben scolpito nella memoria, almeno nella mia.


La pellicola rischia di pagare caro lo scotto di essere opera di un personaggio televisivo: la voce fuori campo e l'inconfondibile mimica di Pif rischiano di renderlo un po' una extended version di una puntata de Il testimone (il programma TV di cui il regista è autore e protagonista), tuttavia più il film va avanti è più ci rendiamo conto che si tratta prevalentemente di un film sui bambini, diretti con maestria, e su come il loro sguardo ingenuo ma impietoso riesca a cogliere l'essenziale dei fatti molto meglio di quello degli adulti, persi dietro le fatiche quotidiane, le ideologie, la paura di inimicarsi qualcuno "che conta". Il tempo, sostiene Pif, alla lunga è galantuomo ed oggi molti dei protagonisti di una stagione di violenza fra le più crude del dopoguerra si trovano dietro le sbarre, anche se la maggior parte degli abitanti "onesti" della città ha sempre preferito far finta di non vedere. Ma di fronte a cosa nostra non bisogna abbassare la guardia, così Arturo nell'ultima commovente sequenza, porta il figlioletto a fare una sorta di pellegrinaggio laico a vedere le lapidi dei troppi che sono caduti facendo il proprio dovere fino in fondo, raccontandogli come le loro vite si sono incrociate con la sua e di Flora. Di nuovo l'incrocio fra la dimensione epica e quella quotidiana: senza una maggioranza silenziosa di gente nel proprio piccolo coraggiosa nemmeno il sacrificio degli eroi avrebbe senso.



2013 - La mafia uccide solo d'estate
Regia: Pif
Sceneggiatura: Pif, Michele Astori, Marco Martani
Musiche: Santi Pulvirenti
Costumi: Cristiana Riccieri
Scenografia: Marcello Di Carlo

venerdì 1 novembre 2013

Cose nostre - Malavita

a cura di The Talking Mule


Dopo la parentesi di impegno civile di The Lady, Luc Besson torna a fare ciò che gli viene meglio: raccontare di inconsueti criminali. Nella fattispecie si tratta di una famiglia di malviventi violenti, rissosi e moralisti nella migliore tradizione "Broccolino".
Il film, basato sul romanzo Malavita dello scrittore francese Tonino Benacquista racconta del gangster newyorkese Giovanni Manzoni che dopo aver testimoniato contro alcuni mafiosi viene inserito, insieme a tutta la famiglia, in un programma di protezione testimoni del FBI: nuove identità e nuova residenza, in Francia. La natura rissosa e sopra le righe dei Manzoni fa sì che questi finiscano con il cambiare in continuazione nome e indirizzo, nel tentativo di seminare i sicari sguinzagliati sulle loro tracce dai boss di Cosa Nostra. Giovanni, la moglie Maggie ed i figli Warren e  Belle diventano così la famiglia Blake e vengono trasferiti in uno sperduto paese della Normandia, nel quale tenteranno di integrarsi. Trascurare il minimo dettaglio potrebbe mettere in dubbio la loro copertura e farli individuare dai killer, ma chi è nato e cresciuto sui marciapiedi di Brooklyn possiede sempre qualche risorsa invisibile a prima vista...


Luc Besson dirige benissimo i suoi interpreti: Robert De Niro nel ruolo di Giovanni Manzoni, recita (cosa che non fa più molto spesso). Il suo volto quando inizia la proiezione di Goodfellas nel piccolo cineforum di provincia racconta di una passione per il cinema che è sua, del suo regista e del produttore esecutivo d'exception, Martin Scorsese,in un  magnifico gioco di scatole cinesi metafilmiche.
Idem dicasi per Michelle Pfeiffer, un talento restituito agli schermi. I meno giovani la ricorderanno - meravigliosa - già Married to the mob in passato, in un ruolo che ha molto in comune con questa mamma e moglie amorevolissima. Tommy Lee Jones presta la faccia da duro all'agente Stansfield, uno che - si vede benissimo - non vedrebbe l'ora di "sparaflashare" tutta la famiglia Manzoni e andarsene al bar a tracannare scotch, ma ce la mette tutta ugualmente per fare bene il suo lavoro.
Bellissima Dianne Agron nel ruolo di Belle, figlia adolescente e manesca di Giovanni. Luc Besson senza un'eroina femminile innocente e letale sembra non saper stare: la sua Belle si assume l'incarico con palpabile entusiasmo. Bellissima la scena in cui mette a posto i compagni di scuola dall'approccio maldestro. John D'Leo, classe 1995, è simpaticissimo nel ruolo di Warren, figlio minore dei Manzoni e baby-padrino della scuola, che architetta diaboliche vendette e assume ben presto il controllo dei piccoli traffici illeciti fra le mura scolastiche.


Il gioco del film consiste nel prendere dei gangster provenienti "davvero" da Goodfellas, con quel tanto di caricaturale che avevano i personaggi del film di Scorsese, e metterli a confronto con dei francesi di provincia rappresentati con registro da commedia (o forse i francesi sono proprio così? Meglio non chiederselo e salvaguardare delicati equilibri internazionali). La famiglia Blake assurge così a compagine di angeli vendicatori dello sciovinismo d'oltralpe, con effetto liberatorio per tutti gli spettatori. Fra commedia e amore per la carneficina-spettacolo, Besson sembra non saper bene che strada scegliere. Il risultato è un film godibile ma non memorabile, popolato di personaggi di cui invece mi ricorderò a lungo. I Blake, come dice il titolo originale, sono una vera famiglia: unita e affettuosa: al di là delle stanchezze quotidiane e di una vita tutta fuori dalle righe, nel momento della necessità sanno darsi una mano. Che bravi ragazzi!


2013 - Cose nostre - Malavita (The Family)
Regia: Luc Besson
Produttore esecutivo: Martin Scorsese
Fotografia: Thierry Arbogast
Costumi: Aude Bronson-Howard, Olivier Bériot

venerdì 11 ottobre 2013

The Bling Ring - la recensione

a cura di The talking mule


Da mesi si parla del nuovo film di Sofia Coppola, The Bling Ring. La regista di Lost in translation e Somewhere (senza dimenticare ciò che di ottimo ha fatto anche prima) si occupa ancora una volta di adolescenti e ancora una volta centra il bersaglio. In pieno.


Il film si basa su un articolo comparso nel 2010 su Vanity Fair, The suspects wore Louboutin, dove si racconta la storia del gruppo di teenagers conosciuto come "Burglar Bunch" o "Bling Ring", una compagnia di ragazzi di Beverly Hills cresciuti nel mito glamour delle stars di Hollywood, nelle cui case si introducevano abusivamente per rubarne i vestiti e gli accessori che li rendevano tanto "cool" ai loro occhi.
Tutto nasce da una ragazzata fatta un po' per caso, ma presto il Burglar Bunch si fa prendere la mano e rubare dalle case incustodite delle star diventa un'abitudine, un modo per passare una serata eccitante. E' ovvio che la faccenda non possa durare a lungo e infatti, grazie alle riprese delle telecamere di videosorveglianza (decisive quelle di Lindsay Lohan, ironicamente il mito assoluto delle protagoniste), dopo qualche tempo la polizia riesce a trovare la giusta pista e ricostruire la vicenda. L'epilogo è inaspettato, pure considerando l'inconsuetudine dei fatti.


Gli interpreti sono tutti giovanissimi e, fatta eccezione per Emma Watson, quasi o del tutto sconosciuti: a questo proposito Sofia Coppola ha dichiarato di aver voluto sfruttare la freschezza di approccio di un'esordiente rispetto al modo più impostato di lavorare di un attore già esperto. I risultati sono comunque di ottimo livello: Katie Chang interpreta Rebecca, la leader del gruppo, ossessionata da personaggi come Paris Hilton e Lindsay Lohan. Il modo che trova per entrare a far parte del loro mondo è certamente efficace, anche se moralmente discutibile! Israel Broussard interpreta il giovane Marc, l'unico maschio della gang, completamente succube della personalità di Rebecca. Claire Julien (una particina nell'ultimo Batman di Nolan) è la annoiata e caustica Chloe, Emma Watson è Nicki, ragazzina alla disperata ricerca del suo posto nello star system, insieme alla sorella-non-sorella Sam (Taissa Farmiga, sorella nella realtà della più famosa Vera).


Molte delle celebrità derubate dal Bling Ring hanno messo a disposizione della regista le loro abitazioni come location per il set e, se quando vedrete il film ve lo chiederete, la risposta è sì: Paris Hilton lasciava davvero la chiave di casa sotto lo zerbino (non lo fa più adesso) e Orlando Bloom è davvero partito per girare un film a New York senza curarsi di controllare se le porte erano tutte chiuse bene.
Insomma, a quanto pare a Beverly Hills le star si sentono così sicure da lasciare le proprie case piene zeppe di tesori, facilmente accessibili al primo che abbia voglia di andare a vedere che cosa c'è dentro. L'esperienza peraltro può essere davvero sorprendente, come dimostra la casa di Paris Hilton, un vero monumento a sé stessa.
Dal punto di vista autoriale mi pare che la Coppola dia prova di aver raggiunto una grande maturità, sia per quanto riguarda la direzione degli attori, sia - soprattutto - per la tecnica di ripresa (il lentissimo zoom durante l'effrazione in casa di Orlando Bloom è magistrale e le inquadrature apparentemente fuori campo sono ormai un marchio di fabbrica).


La cosa meno sorprendente di tutta la storia sono i protagonisti: non è strano che i ragazzi cerchino di evadere da un mondo che non comprendono e che tutto sommato non li considera, come dimostra il rapporto che hanno con i genitori, ma anche il fatto che per mesi nessuno si renda conto di cosa sta succedendo. 
Quei ragazzi sono così perchè li abbiamo voluti così: ammirano le celebrità e si sentono vivi solo se postano ciò che fanno su Facebook, del resto i genitori non sono meno fuori di testa dei figli, di cui si interessano solo per finta, senza avere la voglia o gli strumenti per passare del tempo con loro, per sapere cosa fanno, chi vedono, dove vanno quando escono. La Coppola ci mostra tutto questo senza emettere un solo giudizio, sarebbe superfluo. Se in Somewhere ci mostrava la redenzione di un attore dal nulla esistenziale in cui si era lasciato scivolare, in The Bling Ring ci mostra come gli spettatori non siano meglio degli interpreti, anzi. Nei personaggi non c'è redenzione, non c'è senso di colpa, non c'è consapevolezza, non c'è - maledettamente - nulla. La rappresentazione è impietosa, quasi documentaristica, di che cosa siamo e quale forma stiamo dando al mondo. Come direbbero i Matia Bazar: un colpo che fa pieno centro.

The real Bling Ring

2013 - The Bling Ring
Regia, soggetto, sceneggiatura: Sofia Coppola
Scenografia: Anne Ross
Costumi: Stacey Battat
Musiche: Brian Lopatin, Brian Reitzell

venerdì 4 ottobre 2013

Rush - la recensione

a cura di The talking mule


" Potevi guidare a due centimetri dalle ruote della sua auto ed essere certo 
che non avrebbe mai fatto una cazzata. Era un grande pilota"
(N.Lauda a proposito di J. Hunt: il complimento perfetto)

Nonostante l'apparenza non si può dire che Rush, ultima fatica di Ron Howard, sia un film sulla Formula 1: potrebbero essere pugili, o quarterback, o persino giocatori di poker o di biliardo e il film non cambierebbe di una virgola. Però per raccontare la storia di due modi opposti di concepire la vita, la passione per quello che si fa in un mondo estremo, in cui occorre restare sempre concentrati nonostante il successo, il "circus" della F1 con il suo alto tasso di rischio, glamour e enormi interessi economici è l'ambientazione ideale.


Altrettanto ideali sono i protagonisti: James Hunt (detto The Shunt, lo Schianto, per l'irruenza in gara) e Niki Lauda (detto invece Il Computer, per l'estrema sensibilità nel capire come mettere a punto la macchina). Il film racconta la storia della rivalità fra questi due personaggi che paiono agli antipodi, ma che rappresentano invece l'uno i limiti dell'altro. La sceneggiatura ce li mostra fin dalle serie minori (dove Hunt correva con la scuderia di Lord Hesketh, un personaggio che da solo meriterebbe un film), dove i due  battagliavano senza esclusione di colpi, per poi ritrovarli in Formula 1 rivali diretti nella lotta per il titolo nel campionato 1976.
Lauda subì in quell'anno un gravissimo incidente - ricostruito con cura maniacale - nel quale rischiò di morire bruciato vivo, ma dal quale si riprese in poco più di due mesi, arrivando in vantaggio di un solo punto al Gran Premio del Giappone, ultima gara dell'anno che si svolse sotto una pioggia torrenziale.
La ricostruzione storica delle vicende legate ai due piloti si prende qua e là delle licenze, sempre funzionali però allo sviluppo del discorso che interessa ad Howard, o a rendere più fluente la trama.


Chris Hemsworth ha una notevole somiglianza naturale con James Hunt e ne rende benissimo lo stile personale: uno che brucia al propria candela da due lati, sempre sopra le righe ma con un'ironia tutta inglese che lo rende immediatamente simpatico. Daniel Brühl è superlativo, ci regala un Lauda quasi fotocopia dell'originale (al contrario di quasi tutti gli altri interpreti Brühl  ha potuto beneficiare dell'incontro con Lauda, sia nelle movenze che - pare - nella parlata inglese, che ha impressionato lo stesso Niki). Alexandra Maria Lara (vista in La Caduta con Bruno Ganz e più di recente in The Reader) interpreta Marlene Knaus, la moglie di Lauda, attraverso silenzi significativi e intensi sguardi. Una inedita Olivia Wilde bionda è la moglie di Hunt la modella Suzy Miller. Probabilmente più bella ancora del personaggio che interpreta, è elegantissima nei costumi vintage, accuratamente riscostruiti. Pierfrancesco Favino fa un ottimo lavoro interpretando la parte di Clay Regazzoni, personaggio che avrebbe meritato più spazio se solo si fosse trattato di un film sulla Formula 1 e non focalizzato sul rapporto fra Hunt e Lauda.


La fotografia di Anthony Dod Mantle (collaboratore di lungo corso di Danny Boyle e di molti registi di Dogma 95) dipinge gli anni 70 in modo un tantino "instagrammatico", con immagini molto patinate, in un modo cioè che rappresenta più come a noi piace ricordarci gli anni 70 che non come erano davvero le immagini negli anni 70. Il risultato comunque è molto di effetto. Bellissimi anche i costumi di Julian Day, estremamente curati e indicativi del carattere dei personaggi.
Le riprese in gara a filo dell'asfalto sono molto suggestive, con i fili d'erba che della loro fragilità fanno una forza che resiste anche al passaggio dei bolidi di F1, come piccole oasi al riparo dall'ineluttabilità del destino.


La Formula 1, dicevo, è un pretesto ma anche una metafora molto potente per descrivere chi cerca il limite dove nessun uomo è mai stato prima, ed è questo - dopotutto - che fanno Niki e James, come novelli Ulisse votati alla velocità, al pericolo e ad andare un sempre un passo più in là. Che l'approccio sia meticoloso e scientifico o irruento e divertito, la sostanza non cambia. E' una storia antica ed epica, una storia di uomini veri: tanto, tanto imperfetti e proprio perciò convincenti e trascinanti. Vi terrà incollati allo schermo per due ore piene, circa la durata di un Gran Premio!


2013 - Rush
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Peter Morgan
Musiche: Hans Zimmer
Costumi: Julian Day
Scenografia: Mark Digby

venerdì 23 agosto 2013

Ipcress - Almost Bond


A cura di The talking mule


Una sera di qualche tempo fa, mentre spulciavo la filmografia di Michael Caine (ebbene sì, a volte passo così le mie serate e mi piace pure!), mi sono imbattuto in qualcosa di inaspettato. Una vera e propria saga dedicata ad un agente segreto, creata dalle stesse persone che hanno contribuito a creare il mito di James Bond, e per di più negli stessi anni. Ce n'era più che abbastanza per attirare la mia attenzione, così dopo qualche settimana dedicata al reperimento dei film ed all'approfondimento del personaggio e della produzione, ho deciso di raccontarvi qualcosa di Harry Palmer, l'altra faccia della medaglia Bond.

Siamo nel 1965, la saga Bond sta giungendo al quarto capitolo (Thunderball); Harry Saltzman, il produttore socio di Albert Broccoli nella EON, si imbatte in un romanzo di Len Deighton, La pratica Ipcress, e lo passa a diversi sceneggiatori perché ne traggano un film. Dopo vari passaggi di mano lo script finale è opera di Bill Canaway e James Doran; la regia viene affidata al canadese Sidney J. Furie, con il quale però Saltzman si trova spesso in disaccordo, al punto che Furie verrà licenziato ed il film portato a conclusione dal montatore Peter R. Hunt, che aveva già lavorato al montaggio dei primi quattro film di 007 e sarà regista del bello quanto sfortunato Al servizio segreto di sua maestà.
Le musiche sono firmate da John Barry e le scenografie da Ken Adam, collaboratori storici del franchise di 007.

Len Deighton insegna a Michael Caine a rompere le uova

L'occhialuto personaggio di Deighton, benchè altrettanto inglese, è quasi l'opposto di Bond: vive con un magro stipendio in un appartamento a Notting Hill (che all'epoca non era chic, solo shabby). E' stato reclutato nel servizio segreto per "espiare" qualche affare poco pulito concluso mentre era in Germania alla fine della seconda Guerra Mondiale, non ama la violenza nè le armi (in realtà neanche Bond, all'inizio). In compenso è un gourmet (Deighton è un grande appassionato di cucina, argomento sul quale ha scritto diversi libri), benchè sia costretto a fare la spesa al supermercato (niente caviale e Bollinger millesimé) ed è un grande esperto di musica classica. Come Bond, ha la passione per le donne.

Rispetto a quelli di 007, il registro dei film è molto più serio. Siamo in piena guerra fredda ed il mondo è diviso in due dalla cortina di ferro. Intrighi e tradimenti sono all'ordine del giorno. In questo senso l'atmosfera è simile a quella del recente La talpa, con agenti segreti che "cambiano parte" senza domandarsi che cosa è giusto o sbagliato, badando solo a chi offre di più.

Micahel Caine e Sue Lloyd
Oltre a Michael Caine nel ruolo del protagonista, troviamo l'inglesissimo Gordon Jackson (il colonnello Cowley della mitica serie TV inglese The professionals) nella parte dello sfortunato collega Carswell. Il fascino feminile è rappresentato dalla modella e attrice Sue Lloyd nel ruolo dell'agente Jean Courtney, ruolo che fra l'altro riprenderà trent'anni dopo in All'inseguimento della morte rossa.

Qualche curiosità: nella scena in cui Palmer cucina le mani non sono quelle di Caine, bensì dello stesso Deighton, lo scrittore-gastronomo, molto più inquietante è invece la notizia riportata da Wikipedia, secondo cui la procedura di lavaggio del cervello mostrata nel film trae ispirazione da una metodologia sviluppata realmente nell'ambito del programma MKULTRA della CIA.

Contrariamente a quanto successe per i film di 007, il franchise di Harry Palmer venne apprezzato anche dalla critica: il film vinse due BAFTA (miglior film e miglior scenografia) e fu tra i candidati alla Palma d'Oro a Cannes.

Il successo riscosso della pellicola si concretizzò in due sequel realizzati negli anni immediatamente successivi, e in altri due film realizzati negli anni 90, con un produzione completamente diversa, ma conservando Michael Caine come protagonista. 



1965 - Ipcress (The ipcress file)
Regia: Sidney J. Furie
Montaggio: Peter R. Hunt
Scenografie: Ken Adam
Musiche: John Barry
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